Il distacco degli italiani dalle pratiche religiose | L’OSSERVATORE ROMANO

In risposta alle tesi di Marco Marzano

Dati alla mano
la tesi del cattolicesimo finito
interroga la Chiesa su se stessa
Sulla natura
e la missione che si attribuisce

di SERGIO MASSIRONI

Non moriremo cattolici, perché la religione è finita nel 1980: parola di Marco Marzano («Il Fatto quotidiano» del 3 luglio 2017), ordinario di Sociologia all’Università di Bergamo. Il professore si misura da alcuni anni con la Chiesa cattolica e dice di raccontarla «privilegiando quel che succede nelle sue periferie, nei cortili degli oratori, nei locali delle tantissime parrocchie italiane, nelle adunate dei nuovi movimenti».

Autore di Quel che resta dei cattolici. Inchiesta sulla crisi della Chiesa in Italia (Milano, Feltrinelli, 2012, pagine 256, euro 16) e Inchiesta sui cattolici al tempo di Francesco (Edizioni Il Fatto Quotidiano, Roma, 2015, euro 2,50), col supporto dei numeri e di quelle che definisce
le sue “antenne” personali, va affermando in modo sempre più netto che la dissoluzione è inesorabile. «Papa Francesco ha deciso di dedicare il prossimo sinodo al tema dei giovani. A discuterne saranno soprattutto anziani gerarchi. I giovani sono già andati via»: così Marzano chiude l’ultimo articolo, del quale vorrei considerassimo almeno due tesi.

 

Dati alla mano
la tesi del cattolicesimo finito
interroga la Chiesa su se stessa
Sulla natura
e la missione che si attribuisce

La prima è esplicita e costituisce il cuore dell’analisi: i dati statistici documentano da anni il distacco crescente della popolazione italiana dalle pratiche religiose cattoliche, ma è solo ora che sta avvenendo il definitivo passaggio a un orizzonte senza Dio. In filigrana si coglie una seconda convinzione: l’Istituzione ha già perso la sua base ma, scalzata dalla Storia, tenta di sopravvivere come sistema di potere. A Marzano preme collocarsi “lontano dai palazzi” e tende a inserirsi nel mainstream europeo, che legge l’emanciparsi dalle Chiese come progresso e libertà. «Anche l’Italia, pur coi suoi ritmi, è travolta dalla grande corrente della secolarizzazione che investe il mondo sviluppato».

Il programma della morte di Dio, ormai privo dei toni roboanti dell’epoca romantica, si realizza pacificamente in una generazione che abbandona i riti senza far piangere i genitori. È tra i nati dopo il 1980 «che la disaffezione alla Chiesa dilaga e diventa un comportamento di massa. Sono costoro che, affacciatisi da poco nel loro segmento superiore all’età adulta e alle prese con le prime grandi scelte esistenziali, si sposano sempre meno, convivono sempre di più, fanno figli fuori dal matrimonio e li battezzano di meno».

È ben radicato nelle élite europee il pensiero che, sebbene ci manchino «grandi esperienze di società e Stati nei quali si è realizzata una forma di ateismo organico» (Lecaldano, 2015) si debba guardare ai Paesi nei quali la presenza di non credenti è maggioritaria, come la Svezia, l’Olanda e forse il Giappone, e per questa via comprendere l’ottimismo di Zuckerman (2007), secondo il quale si tratta delle «società più sane, ricche, meglio educate e libere della terra».

Chi tuttavia, come forse lo stesso Marzano, oltre a scrivere mette al mondo figli, lavora o amministra città oggi sperimenta inquietudini e trasformazioni che non concedono a nessuno di cantar vittoria. Vulnerabilità, incertezza, precarietà degli affetti e del lavoro, frontiere educative accomunano credenti e non, in un contesto in cui tolleranza, libertà e democrazia non bastano a renderci sani, sicuri e felici. A nessuno serve una Chiesa che liquidi la complessità e che, magari con spirito di rivalsa, proponga in Dio la soluzione di tutti i mali. Sarebbe una sorta di sciacallaggio, sgradevole e perverso, oltre che una rimozione di interrogativi seri.

Esiste invece, più di quanto i dati non dicano ancora, la testimonianza cristiana diffusa di chi rimane sulla stessa barca dei suoi contemporanei. Il territorio lombardo, dove Marzano insegna, conosce sì la retorica di parroci e fedeli che pensano la Chiesa come fortino assediato, ma più larga e incidente è la tenuta del rapporto con la generazione di mezzo, quella che il professore definisce “della religiosità
vaga”. Il non aver detto “o dentro o fuori”, la tensione accettata tra evangelizzazione e accoglienza, la pazienza delle quotidiane mediazioni, permettono a preti e laici di essere tutt’altro che isolati ed ininfluenti.

Certo — ma qui il tracollo è salutare — incidere non significa dominare. Il controllo delle coscienze e delle dinamiche sociali è definitivamente perduto: questo significa che c’è meno Dio nel mondo? Catechisti che vanno a convivere, giovani che hanno trascorso estati in parrocchia e non battezzano i figli, sacramenti disattesi, la morale ritrascritta anche da chi ha un prete come parente o amico.

La tesi della religione finita, dati alla mano, interroga la Chiesa su se stessa, sulla natura e la missione che si attribuisce. A chi decreta la fine del cristianesimo popolare occorre prestare attenzione, perché tratteggia uno scenario a volte troppo doloroso per essere davvero considerato: la realtà è fuori dal nostro dominio e non lo rimpiange. Non sempre però ci maledice: è il tempo della gratuità e dell’incontro,
dell’ascolto e della sorpresa. Sono vocaboli che alle istituzioni non bastano, perché garantiscono poco: sembrano dire tutto e niente e mascherare di speranza la sconfitta. La vita mi insegna il contrario.

Mingkuai ha diciannove anni. Il liceo statale gli propose uno stage al fianco del coordinatore di un oratorio. È un mondo di cui s’innamora: dice di non aver mai sperimentato quel tipo di libertà. Rimane, oltre il tirocinio, e della comunità vede anche i difetti, ma si affeziona alle persone e cerca il loro segreto. Chiede di diventare cristiano. Mattia, invece, è stato battezzato da bambino. La parrocchia inizia ad amarla verso i diciotto anni, grazie allo stile di alcuni amici che ce lo riportano. Oggi è catechista e, sebbene i coetanei che frequenta non vi mettano piede, a lui chiedono tutto quel che in chiesa si fa. Condividono volontariato e passione civile. Per le elezioni amministrative hanno raccolto in oratorio centinaia di ventenni capaci di sottoporre ai candidati le questioni calde della loro generazione, dopo averle messe a fuoco da prospettive diverse. Hanno riconosciuto lo spazio di gratuità che un prete ha avuto il coraggio di offrire.

Il punto è questo: alla liquidità del contesto le Istituzioni possono rispondere con la paura o il coraggio. Occorrono lavoro, progetti, tentativi, incidenti. A spegnere il cristianesimo popolare sono spesso la pigrizia, la ripetizione del già visto, il timore delle critiche e delle polemiche: nemici interni e tutt’altro che nuovi. In un Paese che ad ogni angolo documenta l’energia del cristianesimo, cancellare Dio è difficile. Bisogna impegnarsi a rimuoverne anche dalla Chiesa gli appelli. Solo lo Spirito, se assecondato, trasforma i gerarchi in profeti, i fedeli in testimoni, le comunità in domus ecclesiae: la sfida è aperta e forse la statistica non possiede gli indicatori del rinnovamento possibile. Il Sinodo sui giovani, come colto da Marzano, sarà però sintomatico. Sono accesi i riflettori sul profilo di chi vi parteciperà. Papa Francesco ha in mente i vecchi capaci di sognare, promessi nel libro di Gioele per i tempi messianici. I giovani non si allontanano da anziani così. Al contrario, li cercano. Certo, sono rari.

Sorgente Il distacco degli italiani dalle pratiche religiose | L’OSSERVATORE ROMANO, p 4

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