Don José Tolentino Mendonça: L’amicizia è un cammino per la pace | Famiglia Cristiana

«Davanti all’emergenza delle migrazioni serve una svolta: l’altro, che tante volte vediamo come una minaccia, è una possibilità di crescita», sottolinea il sacerdote e poeta portoghese

Padre Tolentino: il nostro cuore riscopra la sete di Dio | Vatican News

La sete che abita nel cuore di ogni uomo: sete di amore, sete di dignità e sete di Dio. Sarà questo il tema al centro delle riflessioni proposte a Papa Francesco e alla Curia Romana nel corso degli Esercizi spirituali ad Ariccia (Roma)

07 febbraio 2018, 15:15 Sergio Centofanti – Città del Vaticano

Papa Francesco è “un pastore e un padre” che con “la forza profetica dei suoi gesti e delle sue parole”, con la sua “comunicazione semplice e incisiva” ci restituisce “la freschezza e la fragranza del Vangelo”. E’ quanto afferma il sacerdote portoghese José Tolentino de Mendonça, chiamato a predicare gli Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana, in programma dal 18 al 23 febbraio presso la Casa “Divin Maestro” ad Ariccia, alla porte di Roma.

Il coraggio di Papa Francesco
In una intervista rilasciata in esclusiva a Domingos Pinto per Vatican News, padre Tolentino, teologo, poeta e scrittore di fama internazionale, sottolinea il coraggio di Papa Francesco, un “coraggio profetico che tocca tutti” e che non lascia nessuno indifferente: “E’ davvero una grande testimonianza dello Spirito Santo nella Chiesa e nel mondo del nostro tempo”.

Le meditazioni proposte approfondiranno il tema della sete
53 anni, padre Tolentino attualmente vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura, afferma di aver accolto l’invito del Papa “con umiltà” perché, dice, “sono un semplice prete” e affronta questa sfida “in spirito di servizio alla Chiesa e al Santo Padre”. Svolgerà le sue meditazioni sul tema dell’elogio della sete. Questi i titoli dei suoi interventi: “Apprendisti dello stupore”, “La scienza della sete”, “Mi sono accorto di essere assetato”, “Questa sete di niente”, “La sete di Gesù”, “Le lacrime raccontano una sete”, “Bere dalla propria sete”, “Le forme del desiderio”, “Ascoltare la sete delle periferie”, “La beatitudine della sete”.

Anche Gesù ha gridato: “Ho sete”
“Il cuore dell’essere umano – afferma – è un serbatoio inesauribile di sete”. “Ogni essere umano ha sete. Sete di amore, sete di riconoscimento, sete di relazione, sete di dignità, sete di dialogo, sete di incontro, sete di umanità e molta sete di Dio”. “Una delle ultime parole di Gesù sulla Croce” è stata proprio questa: “Ho sete”. E questo “continua ad essere un grido che Gesù affida alla sua Chiesa. Gesù chiede alla Chiesa di essere partecipe” di questa sete di Dio e dell’uomo. Una sete che va innanzitutto scoperta per scoprire chi può soddisfare questa sete.

I cristiani devono essere locomotiva delle società
In questo contesto, il teologo portoghese ricorda che Papa Francesco chiede che ricordiamo la sete dell’umanità, spirituale, morale, materiale; che “ricordiamo dal fondo del cuore i nostri fratelli e sorelle più poveri, senza scartare nessuno, senza rinunciare a nessuno, senza lasciare nessuno indietro”. “I cristiani – afferma padre Tolentino sulla scia di Francesco – devono essere la locomotiva profetica delle società in cui vivono, e questo si può vedere dalla qualità etica del nostro vivere, in particolare nella lotta alla povertà e nell’attenzione preferenziale per i poveri”.

 Source: Padre Tolentino: il nostro cuore riscopra la sete di Dio | Vatican News


Pubblicato il 5 feb 2017

Jose Tolentino Mendoça è voce letteraria e poetica del suo Portogallo, voce di una cultura europea dove conta amicizie e sintonie inedite. È vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona, consultore del Pontificio Consiglio della Cultura, studioso della Bibbia, editorialista di Avvenire, ma anche di Pessoa, Saramago, Pasolini e Flannery O’ Connor. Nato a Madeira, isola sospesa tra l’oceano e il cielo, ha respirato il mare e le montagne, l’esotismo dei suoi frutti e della sua gente.


18/05/2017 Donatella Ferrario

don-José-Tolentino-MendonçaConversare con don José Tolentino Mendonça, teologo, vicerettore e docente all’Università cattolica di Lisbona, nonché poeta e narratore, è quasi come viaggiare: non torni mai come sei partito, come recita un proverbio cinese. Portoghese, nato nell’isola di Madeira, la terra dei fiori, abita e lavora nella capitale, Lisbona: «È un territorio di frontiera, vecchia città d’Europa che si apre all’ignoto: forse anche questo è il suo fascino».

Don Tolentino Mendonça racconta delle storie e le storie arrivano al cuore più di decine di frasi dotte. «Abbiamo un gran bisogno di racconti: sono modi di conoscenza più efficaci, sono fatti del tessuto del vissuto, creano dei meccanismi di identificazione e ci coinvolgono interamente, cervello, cuore, memoria, inconscio. Si può dire che raccontare storie ha una funzione spirituale. Non è un caso che la Bibbia sia un magnifico serbatoio di storie! Pensiamo alle parabole, alle tante storie di vita quotidiana, con personaggi che hanno sorrisi e lacrime. Noi, tramite loro, possiamo dire: “Sono io il cieco, sono io Zaccheo! La Samaritana? Sono io! La Bibbia è una storia incarnata».

A inizio maggio il sacerdote ha partecipato a Fare la pace. Bergamo Festival e chiuderà il Festival biblico di Vicenza, che quest’anno ha come titolo Felice chi ha la strada nel cuore. Nei suoi libri ha parlato tanto di amicizia come cammino per la pace. «L’amicizia è una prerogativa umana che ci accompagna da sempre, è la capacità di accogliere e ascoltare l’altro nella sua diversità. Guardando alla storia del mondo sappiamo già che i grandi momenti di pace furono in larga misura frutto di amicizie. Allora l’amicizia non è solo una questione affettiva, diventa una questione politica: dobbiamo impegnarci per portare la riflessione su di essa al centro della vita delle nostre città. L’amicizia è una miniera di pensieri, progetti, storie, che possono ispirare nuovi modi di concepire il mondo e di costruire l’atteggiamento verso l’altro. L’altro, che tante volte vediamo come una minaccia, invece è una possibilità, un’ipotesi di crescita».

NUOVE FORME DI CONVIVENZA

Una riflessione tanto più importante ora dal momento che, con la tragedia dei profughi e dei migranti, siamo quotidianamente messi di fronte “all’altro da noi”. «Viviamo in un momento di emergenza storica: emergenza perché ogni giorno la realtà ci chiede risposte superiori alle capacità che possediamo. Quello che ci fa più paura è capire che il nostro modo di vivere non regge più, perché non risponde ai bisogni attuali. Siamo a un crocevia storico, abbiamo bisogno di nuovi paradigmi di costruzione sociale: penso che l’amicizia possa servire di aiuto per arrivare a nuove forme di stare insieme. Ricordo, per esempio, la proposta di papa Francesco affinché ogni comunità cristiana accolga una famiglia di profughi: questa è l’amicizia che si fa vera accoglienza».

L’amicizia è anche un viaggio verso l’altro: «Il vero viaggio che ci salva non è intorno a noi stessi ma verso l’alterità, perché il rapporto con l’altro è sempre la possibilità di una relazione che ci apre il cuore. Ci fa accettare la diversità: io resto io e tu resti tu, differenti ma amici», riprende il sacerdote. «Il Festival biblico è un’iniziativa stupenda, è un modello di evangelizzazione perché pone il Vangelo al centro della città. Le curiosità e le domande delle persone risuonano non solo dentro le chiese ma nelle piazze. Quando si sta all’aperto uno si espone e nell’esposizione c’è la sorpresa della rivelazione: oggi si tende invece a diffondere la cultura della paura dell’altro, da cui ci difendiamo, costruiamo muri, non ponti. È proprio della struttura della piazza aprirsi all’ascolto di tutte le voci interiori».

«Abbiamo costruito esperienze religiose con troppi muri: un convento, un monastero, una parrocchia e i suoi muri e la sua autosufficienza. E per questo paghiamo un costo in solitudine e in poca efficacia missionaria», disse Tolentino a un convegno. Talora anche la stessa parrocchia, che dovrebbe essere luogo di accoglienza, può diventare un fortino. «Papa Francesco molte volte ha ripetuto che il grande peccato della Chiesa è l’autoreferenzialità. Una critica da prendere sul serio. Perché la Chiesa parla troppo di se stessa e poco di Cristo, si interessa troppo delle sue questioni interne e poco della vita degli uomini e del mondo. Una parrocchia, un convento, un monastero dovrebbero essere antenne, sonde che catturano la voce del mondo. Talvolta le nostre comunità sono sorde, hanno dimenticato questa risorsa di vita che è l’incontro con l’altro, e con l’altro più fragile, più malato, più bisognoso». Hanno dimenticato Gesù Cristo, il Vangelo, tocca riandare – come suggerisce Tolentino – al capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Il Signore ci domanda: “Dov’eri tu quando io avevo fame e sete, quando ero in prigione, quando avevo bisogno di aiuto? Dov’eri? Questa è una domanda ardente, incancellabile. Dobbiamo recuperare una capacità di attenzione alla realtà che non abbiamo più e, nell’incontro con l’altro, riconoscere Cristo nel mezzo della storia, altrimenti il mondo diventerà un luogo di silenzio».

PER UN VANGELO DEI PICCOLI

Quest’anno si celebra il centenario delle apparizioni di Fatima, dove il Papa si è recato come un pellegrino. «Fatima ha come protagonisti i più piccoli. Allora Fatima è il Vangelo dei bambini: ci chiede di essere come bambini, di avere un cuore semplice, fiducioso, capace di vivere il Vangelo delle piccole cose, è la traduzione del Vangelo nella vita quotidiana. I tre pastorelli sono il simbolo di tutti noi, che invece a volte siamo troppo sofisticati, efficienti e dimentichiamo che il Vangelo arriva sempre in una sorta di infanzia spirituale. Fatima è specchio del pontificato di Francesco, proprio in questa sfida permanente a vivere in una semplicità ed essenzialità che avvicina la fede alla terra, al cammino. La fede ha i piedi sulla terra. Chi non conosce Fatima pensa che sia un luogo che rappresenta una visione conservatrice e antica del mondo, ma in realtà è un ospedale da campo, è un territorio aperto, dove le persone giungono con le proprie ricerche interiori, con le loro domande a volte problematiche, e trovano un’accoglienza spirituale che viene soprattutto dall’accoglienza della Madonna, uno sguardo che non giudica nessuno ma guarda ognuno come figlio. E Fatima è un luogo aperto. C’è una cappellina e una grande piazza, non c’è un controllo di chi entra ed esce ma un traffico silenzioso di anime che arrivano, un mistero che si accende proprio in quel silenzio».

Sorgente: Don José Tolentino Mendonça: L’amicizia è un cammino per la pace – Famiglia Cristiana



 

La teologia dei sensi | La Stampa

L’ultimo libro di José Tolentino Mendonça ci guida verso una spiritualità del tempo presente, una mistica rinnovata per l’uomo contemporaneo

Pubblicato il 23/01/2016
Ultima modifica il 23/01/2016 alle ore 16:53
MARIA TERESA PONTARA PEDERIVA
TRENTO
Il Cantico dei Cantici secondo Marc Chagall

L’ultimo libro di José Tolentino Mendonça ci guida verso una spiritualità del tempo presente, una mistica rinnovata per l’uomo contemporaneo. 

«Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà» diceva il teologo Karl Rahner. Un’impresa che appare ardua da realizzare in un mondo dove la fretta, quasi la rincorsa al tempo, sembra piuttosto una sorta di cappio al collo pronto ad afferrare l’uomo contemporaneo in una morsa letale. 

Come potrebbero gli uomini del terzo millennio fermarsi in silenzio per coltivare quell’esercizio interiore, quell’intimo cammino che, almeno secondo l’accezione comune di mistica, richiederebbe l’allentamento, se non addirittura il totale abbandono o la rottura di ogni legame col mondo della quotidianità per accedere alla contemplazione del divino? 

Ma siamo proprio sicuri che sia questa oggi l’unica strada per incamminarsi verso l’esperienza mistica? C’è la mistica antica – quella di sant’Agostino e dei Padri, ma anche quella dei secoli successivi – e la mistica inaugurata da un monaco trappista che nel pieno del cuore commerciale di Louisville, nel Kentucky, avvertiva nel 1958 la sua seconda conversione. Quasi abbracciando la folla che brulicava tra le vie del centro commerciale, Thomas Merton intuì che tutta quella famiglia umana altro non era che quella di cui il Figlio di Dio aveva voluto far parte duemila anni fa. Non occorre separazione, estraniamento per incontrare il Padre dei cieli: la mistica non è altro che un’esperienza quotidiana, solidale e inclusiva. Una conclusione che viene applicata oggi anche alla preghiera: la vita stessa è preghiera, tutte le preoccupazioni quotidiane sono preghiera, sarebbe impensabile lasciarle fuori dalla porta per andare a pregare. 

Nasce da qui l’idea sviluppata da José Tolentino Mendonça, prete portoghese, classe 1965, teologo e poeta, vicerettore dell’università cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della cultura, in un testo che si colloca a metà strada tra la spiritualità e la poesia. 

Non si tratta di tesi nuove, ma tutto rientra nell’alveo della rivalutazione del corpo, o meglio, dell’abbandono di quella netta separazione tra anima e corpo che aveva caratterizzato la cultura occidentale – e pure secoli di cristianesimo – dalla filosofia greca in poi. Nulla nella Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento giustifica la divisione, anzi la concezione dell’uomo biblico prende di fatto le distanze da un eccesso di spiritualismo: il corpo è immagine e somiglianza di Dio, la «lingua materna di Dio», commenta Mendonça. 

Ecco allora il suo percorso tanto originale, quanto affine alla sensibilità dell’uomo di oggi: riscoprire la mistica dei sensi e dell’istante, la mistica del corpo qui ora, del presente, l’unico momento che ci è dato di vivere. Senza polemica contro la mistica dell’anima, del rientrare in se stessi in una personale sfera intima, la proposta è quella di una spiritualità che intende i sensi come un cammino che conduce, quasi una porta che si spalanca, verso l’incontro con Dio. La sfida è quella di rimanere in sé, anima e corpo, e sperimentare con tutti i sensi la realtà delle persone e delle cose che ci sfiorano. «La sfida è gettarsi fra le braccia della vita e ascoltarvi battere il cuore di Dio. Senza fughe. Senza idealizzazioni. Le braccia della vita così com’è». 

All’insegna dell’invocazione liturgica «Accende lumen sensibus» (illumina i sensi) il lettore viene condotto in un viaggio, che spesso ha i toni della poesia, alla ricerca della spiritualità del tempo presente. La comunicazione di oggi, veicolata da computer, TV, smartphone e social network utilizza esclusivamente due sensi, la vista e l’udito: ne deriva un’ipertrofia di questi e una regressione degli altri, complice anche il contesto socio-economico. Un esempio? Mentre si espande l’industria dei profumi, disimpariamo a percepire la fragranza di un fiore e solo i professionisti del gusto azzardano ad effettuare test alla cieca su cibi e bevande. Non siamo più capaci di camminare scalzi, chinarci nel sottobosco o in prato per raccogliere il canto della vita del creato vita che pulsa tra l’indifferenza dei più. 

Torniamo ai sensi, è il monito dell’Autore e scopriremo così anche una nuova relazione col tempo e l’eternità. Una mistica ad occhi aperti che ci farà intuire, quasi assaporare, il «sacramento dell’istante»: «L’unico contatto tra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole e progressiva dell’umano». 

O, come scriveva Thérèse de Lisieux, «La mia vita è solo un attimo, un’ora di passaggio … mio Dio, tu sai che per amarti sulla terra non ho che l’oggi». 

 José Tolentino Mendonça, “La mistica dell’istante. Tempo e promessa”, Vita e Pensiero Milano 2015, pp. 176 euro 15,00. 

 
 

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